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C.e L.o S.ai |
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intermezzi divertenti
tutti coloro che rinunciano ai proventi d'autore a favore del progetto "ce.lo.sai"(una bilioteca in un ospedale x il reparto pediatria.)
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November 19 LA BALLATA DEL DOTTOR MORTIMERLA BALLATA DEL DOTTOR MORTIMER
Leggeva, Beryl Clifford, distesa nel proprio letto, alla luce fioca dell’abat-jour. Leggeva “Essere leader”, di Daniel Goleman. Bella donna lei era, ma emotivamente un po’ fragile. La sua vita privata non era affatto appagante, forse perché la sorte non aveva messo sulla sua strada le persone giuste. Non le era importato molto, però, finché a capo del personale c’era stata la signora Trebuchet. Dopotutto nell’ambiente di lavoro si passa molto più tempo che a casa, e un leader positivo e ottimista sa creare un’atmosfera appagante. Si era sempre sentita in famiglia, in quell’ufficio. Purtroppo, le cose belle della sua vita duravano poco. Tre anni, al massimo, poi il tempo concesso scadeva. Anche quella volta era andata così: la multinazionale aveva operato una riduzione dei quadri, e la signora Trebuchet se n’era dovuta andare, a causa dell’anzianità di servizio non sufficiente a permetterle credenziali migliori di quelle del dottor Mortimer. Beryl leggeva nel libro le caratteristiche del leader negativo, e i danni che il suo agire provoca sull’atmosfera in generale e sul morale del gruppo, passando per la psiche dei singoli individui. Devastante. Il ritratto sputato del dottor Mortimer balzava fuori dalle pagine di quel libro. L’atmosfera che infondeva fiducia nelle proprie capacità era scomparsa da quell’ufficio, e come conseguenza indesiderata ma inevitabile la produttività aveva avuto un crollo. Il dottor Mortimer se la prendeva con gli impiegati demotivati, più che con la crisi, e la situazione aveva ormai imboccato una spirale discendente. Caduta libera. Pensare che la direzione lo aveva messo lì per “imprimere nuove dinamiche alla situazione statica”. A Beryl le ore serene trascorse nell’ambiente di lavoro mancavano, davvero tanto. Il suo equilibrio emotivo cominciava a risentirne. Tuttavia anche il dottor Mortimer, infine, cominciò ad accusare la situazione. Era sempre più stressato, sempre più irritabile, sempre più livido. Beryl era la sua segretaria personale, e si ritrovava a sopportare scoppi di rabbia tremendi per un documento impreciso, per una firma mancante… far notare al suo capo che era un gran maleducato le aveva fruttato solo una sfuriata supplementare. La porta di Mortimer, quel mattino, era chiusa. Lui parlava, e una lieve voce di donna rispondeva. Infine la porta si aprì, e una donna in nero se ne andò. Beryl rabbrividì, mentre lui la seguiva con sguardo rapito. Nell’ufficio di Mortimer, una strana musica aleggiava. Altre volte la donna uscì dal suo ufficio, anche se nessuno vide mai come ci entrava. A dire il vero, nessuno la vide mai nemmeno andarsene, nessuno, tranne Beryl, di sfuggita. Il capo era sempre più preso da lei, come da un’ossessione, ed il suo viso era diventato, se possibile, ancora più livido del solito. Forse era colpa dello stress, o delle troppe sigarette, pensò Beryl, rabbrividendo però un poco all’ennesimo passaggio della misteriosa sconosciuta in nero. Tornò l’ora solare, e quella mattina dalla finestra dell’ufficio si poteva ammirare una bellissima alba rosa dietro la skyline della grande città. Fu dalle ombre che il sole ancora non rischiarava che la donna in nero sorse, davanti agli occhi dell’esterrefatta Beryl, per venire a posarsi sul balcone, ed aprirne la porta-finestra con un tocco della mano. Anche il dottor Mortimer la vide, e finalmente la riconobbe. Ella alzò la mano candida, ed un fiore di energia nera cominciò a pulsare sul suo palmo. Il dottor Mortimer aveva gli occhi sbarrati. “No” disse “non sono pronto… non ancora” “Hai intenzione di fermarmi, Beryl?” domandò la donna in nero. Beryl scosse la testa. Si fosse trattato della signora Trebuchet, ci avrebbe provato. Per Mortimer, non se la sentiva proprio. Il fiore di tenebra si staccò dalla mano della donna in nero, per andare a posarsi sul cuore dell’allibito Mortimer. Egli crollò sulla scrivania. Infarto fulminante, avrebbero detto in seguito i medici. Eppure, pensò Beryl, gli sarebbe bastato avere un po’ di comprensione per il prossimo, per cavarsela. Invece no, era andato a cercare il fascino della nera signora, ed aveva scelto di ballare con lei… Nella mente di Beryl, la musica si condensò in parole:
Nonostante tutto era tempo di pace quando gli affidarono la bianca città. Ma a chi non sa amare neanche questo s’addice, di governare non aveva la capacità. Cercò tra la folla la sua nera signora, si fece affascinare e con lei ballò. Quando alla fine se ne rese conto, era troppo tardi per risponderle “no” Corri cavallo, corri ti prego, a Londra ed a New York, io là ti guiderò, non ti fermare, vola ti prego, ma se non lo voglio non mi salverò…
La nera signora sorrise a Beryl, “Ciao, cara”, poi uscì sul balcone, e tornò a scomparire tra le ombre, prima che il mattino avanzasse a fugarle. November 16 mermaid"mermaid"
Un rumore costante e fastidioso interrompe i bellissimi sogni di Ketty, ancora una volta si sveglia delusa realizzando che forse i momenti magici esistono solo nel mondo dei sogni, poi si alza da quel cuscino, forse troppo piccolo per contenere ogni suo desiderio. La pioggia continua insistente a sbattere contro la finestra della sua stanza in questa giornata buia e fredda e sembra promettere che l’estate non arriverà mai. Ketty si precipita a lavarsi e vestirsi e come al solito è in ritardo per il lavoro. In fretta prende in una mano la borsa, nell’altra una mela e sale in auto. La strada sotto la pioggia ha un aspetto ogni volta diverso e affascinante, stimola i pensieri che nella sua mente sono sempre affollatissimi. Sogni, progetti, ambizioni, che forse resteranno lì solo a farle compagnia lungo il tragitto per farle vedere un raggio di sole anche in una giornata buia e piovosa come questa. Così valica la soglia del luogo di lavoro e come ogni giorno ripone i sogni in un angolo del suo cuore e inizia il suo viaggio nella realtà, quella realtà che vive la maggioranza della gente e che a lei sembra molto più superficiale dei sogni. In un minuto di pausa guarda il suo cellulare e trova un sms. Un appuntamento per organizzare un viaggio con il suo gruppo di amici, quegli amici con i quali è cresciuta, è cambiata, ha condiviso grandi esperienze, gioie e anche lacrime, insomma con quegli amici che si possono considerare famiglia e con i quali non potrebbe rifiutare di fare una vacanza, nemmeno il lavoro potrebbe impedirglielo. Così quella sera si incontrano, tra scherzi, risate e una bottiglia di vino si pianifica il loro viaggio: Una settimana in barca a vela con tanto di skipper, un po’ di cambusa e qualche preghiera perché il tempo migliori da qui a due settimane. Tutti con grande entusiasmo, la stessa passione per il mare e voglia di stare assieme, poi le risate si interrompono per l’osservazione seria del più anziano: “Ragazzi! Ma… non so…” “Cosa ti preoccupa, Max?” dice Ketty. Continua serio Max: “Lo skipper… non lo conosciamo bene… e se è gay?” Una risata rompe il silenzio e Ketty ribatte: “Allora vorrà dire che dormirà con te!” Tutti d’accordo con questa soluzione a parte Max, naturalmente, che studierà il modo per vendicarsi. E’ notte tarda ma i ragazzi continuano a pianificare il viaggio anche se il sonno si fa sentire e qualche occhio tende a chiudersi.
Due settimane di conto alla rovescia, ore di lavoro interminabili, quel giorno sembra non arrivare mai, ma il tempo passa inesorabile (poi si sa un’ora di attesa dura un secolo, mentre poi i giorni passano in un attimo) e quella mattina alle ore 8:00 eccoli al porto: Zaino in spalla, pronti per la partenza, cielo sereno, poco vento, mare calmo, la barca pronta per salpare. Il capitano “sconosciuto” a bordo, sembra essere stato li ad aspettare per giorni il loro arrivo. Max tira un sospiro di sollievo e tutti capiscono perché. Il capitano sulla 50ina con barba incolta, occhi azzurri, pelle scura, braccia possenti e 5 tatuaggi di cui uno sul cuore, un nome di donna: “Marianne”, toglieva ogni dubbio sulla sua virilità. “Endless” risplende in un elegante corsivo dorato sul lato di legno, marrone scuro, dello scafo. Barca del 1975, ma tenuta bene, il suo nome mette un po’ timore, come se quella vacanza non avesse fine: Un viaggio senza ritorno, una vita senza tempo ma affascinante, tanto da stimolare la fantasia e l’eccitazione della partenza. Si sale a bordo: Coperta in legno scuro molto spaziosa; vele bianche, scintillanti, spiegate al vento, sembrano scoppiettare come tanti popcorn; un enorme timone in legno scuro, lucido all’interno, ma con le estremità consumate e a fianco una bussola ad indicare la direzione. Sotto coperta: angolo cottura, un quadro di nodi appeso alla parete destra che non poteva mancare, per ricordare come si fanno i nodi a regola d’arte. Non era quello il suo ruolo, appeso alla parete della barca, ma all’equipaggio a quello serviva. Alla parete opposta un altro quadro con una vecchia e ingiallita mappa indicante un isola sconosciuta, con un nome strano: Mermaid Island, nemmeno Max sa dove si trovi. Deve essere inventata perché se esistesse veramente lui lo saprebbe. Ai lati divanetti ricoperti di stoffa a righe bianca e blu, la stessa delle tendine e dei copriletti nelle piccole ed essenziali 3 stanze,ed infine un bagno con l’indispensabile doccia calda. Questa è la barca che li trasporterà in questa indimenticabile avventura in mare.
Un raggio di sole penetra attraverso la tendina a righe e colpisce dritta in viso Ketty che si sveglia, realizza dopo qualche secondo che non è nel suo letto, ma su quella meravigliosa barca a vela e si precipita fuori coperta dove sono gli altri, già svegli da un po’. “Buon giorno!!!” Tutti in coro e con aria ironica. “Beh! Che c’è? Potevate svegliarmi prima!” Ribatte Ketty. “Non abbiamo voluto interrompere i tuoi sogni” Dice Johnny mentre le porge la colazione. Poi si mettono al lavoro a dare una mano al capitano. Persona sempre seria, silenziosa, ma con lo sguardo profondo. A tutti sembra un po’ burbero, ma Ketty ne è incuriosita, mille domande le passano per la testa: Perché se ne sta sempre in silenzio? Perché è sempre serio? E perché nei momenti tranquilli si siede a poppa guardando indietro? E’ come se rimpiangesse una vita passata, forse la sua terra, oppure una donna, magari conosciuta in un porto di chissà quale città. Ketty non può starsene lì ignorandolo per tutto il viaggio, in fondo viaggiano sulla stessa barca, la Sua barca che in qualche modo testimonia di lui, della sua storia, dei suoi viaggi. Fa vari tentativi per avvicinarsi, per parlare un po’ con lui, ma ad ogni domanda sente la sua irritazione, trova una porta chiusa anche di fronte alle domande più banali come se non volesse permettere a nessuno di entrare nella sua vita o conoscere la sua storia. Ma Ketty non si arrende, ormai è diventata una sfida e quel mistero la incuriosisce tantissimo. Cosi decide di svegliarsi ogni mattina prima dell’alba e di stare a fianco del capitano, non esagerando con le parole, spesso standosene semplicemente in silenzio. Inizia così anche lei a pensare, a riflettere, ogni mattina più intensamente. “Ci sono emozioni e sentimenti che solo il mare ti può trasmettere. E certi pensieri a volte belli, a volte inquietanti, che ti passano per la mente solo fissando il mare e ascoltando il suo canto.” Pensa a voce alta Ketty. Il capitano si gira verso Ketty, la guarda dritta negli occhi e accenna un sorriso, il primo sorriso di tutto il viaggio. Ketty gli risponde con un sorriso e se ne sta in silenzio. Ha capito che per conoscere una persona non le si può guardare dentro senza il permesso, ma ci si deve immedesimare nei suoi pensieri, guardare nella stessa direzione, ascoltare gli stessi suoni, sentire gli stessi odori… e anche se due vite possono essere completamente opposte, si possono assaporare le stesse sensazioni, nello stesso istante. Ma questo è solo l’inizio per stabilire un contatto, per lasciare aperta una porta che forse non sarà comunque varcata. “Ketty” La chiama con voce profonda il capitano e lei si gira di scatto quasi spaventata. “Quali sono i pensieri inquietanti che ti trasmette il mare?” le domanda il capitano fissando l’orizzonte che piano piano va dolcemente schiarendosi. “Ecco…il mare è un grande amico, riesce a farti compagnia per una vita intera, è uno di quegli amici di cui non si può fare a meno, che sa rilassarti, ascoltarti, ma nello stesso tempo, quando è agitato o in tempesta può anche ucciderti… è sempre lo stesso, ma sembra non riconoscerti e può farti del male. Questo mi inquieta del mare: Non puoi mai fidarti completamente, devi sempre avere un certo distacco, una certa riverenza e un certo timore. E il mare mi ricorda che anche con alcune persone è necessario comportarsi così.” “E’ vero Ketty, è così! Non ti fidare di chi non conosci abbastanza e non avvicinarti!” Dice il capitano con tono serio. A Ketty questa sembra un’allusione a se stesso e questo la fa sentire un po’ amareggiata e confusa, un po’ come se lui avesse richiuso quella porta che con tanta fatica lei è riuscita ad aprire, lasciandola con un pensiero ancora più inquietante: Che lei non si possa fidare di lui. Di li a poco diversi atteggiamenti strani del capitano colpiscono l’attenzione dei ragazzi. Compresa la rotta. Si sarebbe dovuto attraccare alle isole tremiti e fare una piccola escursione: Secondo i programmi e visto che non ci sono stati intoppi nel viaggio, questo doveva verificarsi un giorno fa, ma nessuno avrebbe il coraggio di chiedere nulla al capitano. In effetti con la buona visibilità si dovrebbe almeno vedere la costa sulla destra, ma in quel momento è mare in tutte le direzioni, mentre secondo la bussola ci si sta dirigendo a Sud-Est, dritti dritti verso la capitale della mitologia, la Grecia. Il cielo comincia a farsi cupo e in lontananza si vedono lampi che abbagliano riflettendosi sul mare. Il sole coperto dalle nuvole sembra aver finito prima del tempo il suo turno di luce e la notte arriva prima del previsto. Il mare inizia ad agitarsi, il capitano abbassa le vele e ordina di andare sotto coperta. I ragazzi accendono una luce e iniziano a raccontarsi strane storie per rendere più suggestivo quel momento. Poi, con sorpresa di tutti, si accorgono che manca qualcosa: Il quadro con la mappa dell’isola sconosciuta. Al suo posto, l’alone chiaro sulla parete di legno. Sembra evidente a tutti che il capitano li stia portando in un’altra direzione, un posto sconosciuto, disegnato solo su una mappa antica. A Ketty salgono in cuore le parole del capitano: ”Non ti fidare di chi non conosci!”
parte 2: "Mermaid Island"
Ketty pensa e rabbrividisce. Sente il freddo sulle braccia leggere e sulla schiena, sebbene la temperatura sia decisamente calda. Nella sua mente un pensiero che non si può esprimere con parole umane, che forse può solo provare a descrivere con termini che non renderebbero giustizia a ciò che davvero pensa e prova. La mappa indicava quell'isola sconosciuta, forse inesistente: Mermaid Island. "E' lì che stiamo andando?" è la domanda che rifiuta di porsi. Johnny, Max e gli altri hanno evidentemente seguito lo stesso percorso, tutti ricordano la discussione sull'isola, il nome è rimasto nelle loro menti. Nel silenzio surreale la prima a rompere l'incantesimo è Mara, che mormora soltanto tre parole: "Mermaid significa sirena". Sì, l'incantesimo è decisamente rotto. Max comincia a ridacchiare, Johnny lo segue a ruota: Hanno già fatto il passo successivo, hanno già deciso cosa pensare. Ketty li guarda, seduta nella parte meno illuminata della bassa cabina dove si sono riuniti, la parte destinata a chi vuole trattenere le idee, farle fluttuare nella mente come durante un sogno. "Probabilmente" si dice Ketty "tutto questo è soltanto un sogno...".
Se davvero è un sogno, rischia di oscillare più di una volta tra l'essere romantico, terrificante e grottesco. Guidati dal capitano attraverso questo mare splendido e terribile al tempo stesso, scuro e schiumante nella poca luce dell'imbrunire; eccitati e spaventati dalla solitudine e dai racconti; affascinati da quel nome, "Mermaid Island".
Max e Johnny, nel frattempo, non smettono di ridacchiare finché proprio Johnny non attacca con il suo inconfondibile tono accademico: Troppo serio per far pensare ad uno che scherzi e troppo scanzonato per essere uno che crede davvero a ciò che dice.
"Mermaid significa sirena in inglese, certo. Tutti i marinai prima o poi credono di vederne una, o almeno tutti quelli che esagerano con il vino e la solitudine!"
Fino a qui l'uscita di Johnny sarebbe anche accettabile, forse condivisibile pure da Ketty che, comunque, pensa di aver visto nel capitano ben altro: Non sembra proprio il classico alcolizzato! Il problema è che Johnny ha solo cominciato la lezioncina estemporanea e non ha intenzione di fermarsi.
"La sirena è un notissimo elemento della mitologia internazionale, conosciuta dalla Grecia all'Irlanda. Con il passare del tempo si è evoluta da pericolosa "collega" delle famose arpìe a discinta e sensuale fanciulla che soccorre i marinai in difficoltà, spesso innamorandosene. Questa figura mitologica è stata spesso ripresa nel corso di tutto il medioevo, diventando un simbolo ricorrente anche in araldica..."
Ketty perde definitivamente il contatto con Johnny, che continua a ciarlare di "Melusina" (qualunque cosa sia), di dugonghi e di lamantini. Vorrebbe interomperlo per riportarlo alla discussione principale, ma si limita a guardarlo come fosse uno sconosciuto.
"Johnny... perché deve essere sempre così..." Ecco, lui sicuramente saprebbe elencare almeno dieci aggettivi per completare la frase ed è forse per questo che, irrazionalmente, non lo sopporta.
Johnny discute di sirene e di allucinazioni, Max ride, Mara ascolta e fa qualche domanda. Tutti sembrano quasi sereni, ma sanno bene che entro notte o forse prima dovranno affrontare il capitano e chiedergli una spiegazione. Sembra tuttavia che nessuno voglia ancora dirlo, perché ciò significherebbe spezzare l'incantesimo, squarciare la cortina che divide il sogno della vacanza dalle fin troppo reali turbe (ormai evidenti) di un uomo che si è "bevuto il cervello".
Anche il ciarlare di Johnny ha finalmente termine.
Max sembra ora voler riprendere in mano la situazione e si guarda intorno, cercando ed ottenendo il contatto visivo e l'attenzione dei compagni "che si fa?" Nessuno risponde e questo pare confonderlo per un istante, ma non si può rimandare la discussione. In effetti tutti ritengono indispensabile una chiacchierata chiarificatrice con il capitano (già da tutti bollato come pazzo, nota Ketty con una punta di fastidio forse ingiustificato). Nessuno però ha voglia di prendere l'iniziativa al riguardo, anche perché non c'è accordo riguardo al modo di vedere la situazione. C'è chi la definisce "avventurosa" e chi invece considera il capitano un "furfante ubriacone".
In generale l'ipotesi è quella di chiedere di essere portati sulla terraferma appena il sole sorgerà. Questo significa passare la notte qui, in attesa, sperando che "capitan Trinchetto" - e qui forse Max esagera - "non combini altri guai."
Forse per il parlottare divertito dei compagni, forse per il movimento della "Marianne" a Ketty sembra quasi di essere avvolta da una melodia intensa, proveniente da qualche posto misterioso ed invisibile. Apre gli occhi e si solleva dal suo angolo morbido come svegliandosi da un sogno, in ascolto.
Non si tratta dunque di immaginazione: La melodia è reale, e proviene dall'alto. Si tratta di una chitarra solitaria che accompagna una voce maschile sottile e triste. Ketty incrocia gli sguardi degli altri, intimando il silenzio con un gesto e scostando i capelli come per eliminare qualunque impedimento al suono che filtra appena, un movimento aggraziato che la fa sembrare un personaggio di uno dei suoi sogni.
Nell'incredibile silenzio del mare è addirittura possibile distinguere delle parole, tradotte quasi all'istante da Mara:
I am troubled at the tide: Should I stand amid the breakers? Should I lie with death my bride? Hear me sing, swim to me, swim to me, let me enfold you Here I am, here I am, waiting to hold you
...sono turbato di fronte alla marea: Rimarrò tra quelli che si sono infranti? Mi stenderò con la morte come mia sposa? Puoi ascoltarmi cantare: "Nuota verso di me, nuota verso di me, lascia che ti stringa tra le mie braccia ti sto aspettando per averti"
La canzone finisce, e tutti restano in silenzio. Quelle parole rimangono come un eco nella stanza e nei pensieri di tutti. Ketty non se ne rende conto, ma una lacrima le sta rigando una guancia. Una goccia di acqua salata in mezzo a questo mare, fatto delle lacrime di tutti. Lei e gli altri si guardano senza dire nulla per un istante che dura all'infinito, poi il rumore del tuffo, l'acqua che si apre per accogliere un corpo pesante. In un istante sono tutti fuori a fissare l'acqua nera e indifferente. In bella vista la mappa ed una bustina recante la dicitura "a Ketty".
Lentamente, molto lentamente Ketty apre la busta e ne estrae un biglietto di poche parole: "Non potevo non tentare di ritrovarla, almeno un'altra volta. Il mare non sarà più fonte di inquietanti pensieri, per me. La mappa è tua."
Ketty non saprà mai raccontare il turbamento di quel solo istante, il silenzio terribile e al tempo stesso così placido della notte. Ma ricorderà sempre il caldo braccio di Johnny che la avvolge e, porgendole la mappa, le dice "la troveremo, lo faremo per lui".
"l'autore divide il merito con D." November 15 :) :) :)UN DIFETTO NELLA DONNA Quando Dio creò la donna era già al suo sesto giorno di lavoro facendo pure gli straordinari. _________________________________________________________________________ TEST D’INTELLIGENZA Adesso ti proporrò una situazione al termine della quale ti porrò un quesito al quale devi rispondere. 1. Sei al volante di un’auto che viaggia a velocità costante. 2. Alla tua destra c’è un precipizio. 3. Alla tua sinistra c’è un camion dei pompieri che viaggia esattamente alla tua stessa velocità. 4. Davanti a te corre un maiale notevolmente più grande della macchina sulla quale stai viaggiando. 5. Davanti al maiale, corre un uccello più grande del maiale che va alla vostra stessa velocità. 6. Dietro di te viaggia un elicottero rasoterra. 7. Dopo l’elicottero ci sono due cavalli che stanno trainando un calesse. Ovviamente anche loro vanno alla tua velocità. La domanda alla quale rispondere : Come puoi fare per fermarti ? Pensa bene prima di rispondere …
Non avere fretta …
La risposta è semplice !
Scendi dalla giostra … pirla ! ________________________________________________________________________ :) :) :) Un funzionario dell'Agenzia delle Entrate si reca presso una Sinagoga per fare un controllo fiscale sui conti e sui registri della stessa. Alla fine del controllo, trovando tutto perfettamente in regola, pensa tra se' che non puo' tornare in ufficio a mani vuote e senza aver trovata la benche' minima irregolarita'. Allora chiede al contabile della Sinagoga: Il contabile risponde: "Vede, noi raccogliamo tutta la cera in queste apposite casse e poi le spediamo all'industria della cera che ricicla quanto rimasto e ci rispedisce delle nuove candele, come puo' vedere dalle bolle di accompagnamento emesse e dalle bolle di spedizione dell'industria". Il funzionario, non contento, chiede di nuovo: Il contabile risponde: "Anche qui agiamo nella perfetta regolarita', infatti raccogliamo tutte le briciole in queste casse che poi, accompagnate da regolare bolla di accompagnamento, mandiamo ad un panificio che ci restituisce del pane intero che riutilizziamo." Al funzionario viene, allora, una brillante idea e chiede: Ed il contabile: "Guardi, la mettiamo in queste casse, la mandiamo, con regolare bolla, alla Agenzia delle Entrate e loro, ogni tanto ci mandano una TESTA DI CAZZO !!!" November 12 La morte scrittaLa morte scritta
«...E questo è quanto» L'ispettore Scelli si volse meccanicamente verso lo specchio, quindi prese commiato al tèste. Dietro lo specchio stavano già confrontando le versioni i colleghi Nike e Telamonio. «Non ci siamo» cominciò col dire il primo, «il succo della storia fin qui elude il movente per tutte le persone che abbiamo ascoltato». «Bella seccatura» ribadì secco il suo vicino, «dalla scena abbiamo ottenuto solo di dover stare all'attendenza dei fighetti della Scientifica. L'unico modo era quello di trovare un'incongruenza fra tutte le versioni, ed tu sei il terzo che sta a sentirlo oggi» fece rivolto all'ispettore, che era entrato. L'ispettore cercò di scegliere con calma le parole: «A me pare totalmente candido, e la sua versione convincente». Fece una pausa prima di aggiungere che sarebbe stato possibile richiamare gli altri testimoni. «No, non è fattibile. Ognuno ha trovato il modo di accusare l'altro, intanto che noi brancoliamo nel buio» spiegò Nike. «Buio che si è fatto tenebra» asserì Telamonio, che si era rassegnato malissimo all'inconcludenza dei responsi dei forensi. Gettò il fascicolo dell'inchiesta all'ispettore che lo cominciò a leggere.
Estratto: La vittima, un tal Pa' Custurio, era un agiato signore dei dintorni di Pieve Ligure, con un mansione di tutto rispetto, fra le tante, sul Golfo Paradiso. Le sue frequentazioni tracciano il profilo di una persona attiva sul piano sociale: iscritto a numerose associazioni, faceva beneficenza un dovere e una missione, impeccabile nei protocolli d'etichetta. Galantuomo e formidabile anfitrione, gli incontri mondani che teneva nella sua tenuta spiccavano per semplicità e stile, senza le grossolanità che lo sfarzo e lo sfoggio di ricchezza tipico della gente ricca genera. Non lavorava, anche se possedeva una laurea in ingegneria civile: ogni suo soldo e proprietà derivano dai suoi genitori, da tempo tumulati nella cappella di famiglia. I suoi guadagni provengono da investimenti oculati in vari pacchetti finanziari, senza che gliene andasse una in malora. Conta di numerose amicizie, anche facoltose, ma non vi son tracce che abbia nutrito rapporti sinistri e compromettenti; a parte la sua attività a sfondo umanitario, non nutrì mai velleità politiche né appoggiò quelle di alcune sue frequentazioni. La scena del crimine è lo scantinato dell'edificio principale del corpo edilizio. Il corpo è stato ritrovato disteso supino, coi vestiti inzuppati sul torace, e circondato da una pozza di acqua e sangue. Il corpo senza vita è stato rinvenuto dal giardiniere, che ha prontamente chiamato la Polizia. Il decesso è avvenuta attorno alle 16 del pomeriggio, per mano di un oggetto conico e acuminato. La ferita era letale, al cuore, e la morte è sopraggiunta per arresto cardiaco. Nessun segno di colluttazione o altre escoriazioni.
«Il rapporto allude al fatto che il cadavere fosse bagnato. Magari il giardiniere...» «Il giardiniere era fuori città per comprare alcune piante esotiche. Ha preso l'autostrada, il casellante lo ha riconosciuto quando abbiamo verificato l'alibi» «Che mi dici dei parenti?» «La padrona di casa e il figlio erano in salotto, in presenza della domestica. L'alibi è reciproco. Poi la signora è uscita con l'autista e non è rientrata prima delle 19, un'ora prima del ritrovamento» «Amici, la sua corte privata?» «Aveva mangiato a pranzo a casa di un suo amico di vecchia data, un tale Marcello P., suo compagno di classe. Poi il Custurio è tornato a casa sua, accompagnato dall'autista, per le 13» «Quindi che mi dici dell'autista?» «Lavava la macchina (Nike trasalì), ma all'autolavaggio», Telamonio si rivolse a Nike, di cui aveva notato il palpito: «Il fattore acqua è certamente insolito, ma non è né un collegamento né una prova; anche la signora Custurio, che alle 16 ha preso l'aspirina con un bicchiere, sarebbe una potenziale colpevole» «Scusa scusa», borbottò il poliziotto «ma non ci è stato passato molto per risolvere questo caso. Orami siamo alla frutta» «E ora vuoi il caffè?», gli fece il verso Scelli. Se ne versò una tazza, dalla moka che avevano in ufficio, e dopo un lungo sorso chiese: «I parenti mi sembrano frenetici, in agitazione per qualcosa». «Le ultime volontà del morto», spiego Telamonio, sorseggiando il caffè a sua volta «Le disposizioni testamentarie verranno lette domani dal notai, anch'esso amico del Custurio. E indovina: tocca a voi due inquisirlo».
«Mi scusi se sono stato indelicato interromperla in questo modo dal suo lavoro» bofonchiò Nike, mentre il notaio li faceva accomodare nel suo studio. Era questa una stanzetta dal mobilio limitato all'essenziale: una scrivania, un grande armadio talmente ingombro di carte che pareva composto solo da essere, tre sedie e la poltrona dove il notabile sedeva con le mani giunte. «La morte di Custurio mi addolora. Egli era un caro amico. Ho recuperato il testamento subito dopo la chiamata dalla centrale di polizia. In ogni caso avrei dovuto leggerlo a parenti e amici fra un mese». Aprì un cassetto ed estrasse il documento, che pareva abbastanza ingiallito. «Naturalmente, faccio quello che posso per la manutenzione del mio archivio; ma vedete» indico la data in alto sul foglio, passandolo al poliziotto, «questo documento ha per l'esattezza trentasette anni». Nike – che già sopportava con malgarbo verbali e rapporti –, subito dopo aver accertato quel particolare, lo scartò subito all'ispettore. Questi lo prese quasi distrattamente: «Ovviamente, noi non intendiamo interferire nella vostra professionalità prendendo in consegna il documento. Lo terremo solo per il tempo di fare alcune copie». «Oh, ma non è necessario» rispose il notaio, frugando nel cassetto «mi sono preso la licenza di prepararvi delle fotocopie. Ma proprio del testamento, vorrei subito mettervi al corrente del contenuto». Qui la sua voce si fece asciutta e triste, come di chi sta per svelare una grossa amarezza: «Fu il Custurio a uccidersi, come vedrete illustrato dettagliatamente fra le pagine». Per la sorpresa Nike rimase senza fiato, e se lo riprese bestemmiando con un filo di voce. Scelli rimase sbalordito per un lungo istante; e riavuto, strinse convulsamente i fogli in cerca del passaggio che desse conferma all'incredibile notizia appena datagli. Individuò subito il paragrafo, tra le prime righe. Il Notaio aspettava che i suoi interlocutori superassero la prima fase dello sbigottimento, ma riprese prima che potessero interromperlo: «Come avrete appena letto, il suo progetto prevedeva come arma uno stiletto di ghiaccio, di quelli che si possono formare nel congelatore, o sui tetti dopo le nevicate... Ma questo non ha certamente importanza, Custurio è morto e il suo desiderio è quello di diseredare, fra gli eredi, quelli che primi rinfacceranno accuse e torti agli altri aventi a diritto. Custurio era una persona nobile d'animo, non avrebbe tollerato che il suo patrimonio avrebbe inciso sui rapporti affettuosi fra familiari e amici, cui si era adoperato tanto di aiutare e comprendere». Quindi tacque, con un espressione di malinconia distante, rassegnata, affranta. A rompere il silenzio intervenne l'ispettore, con voce ferma, che non si era perso una parola del discorso: «La sua dichiarazione mette in luce le indagini, vorremmo che lei venisse in centrale, per confermare il rapporto che rilasceremo io e il mio collega. Ma mi permetta» continuò «come può una persona così rispettosa, come dice lei, mettere i suoi cari l'uno contro l'altro? Come poteva pensare che il suo omicidio, maturato in un luogo intimo, non avrebbe destato sospetti fra le persone più vicine? Come-» ruppe la voce, eloquente. Il notaio chiuse gli occhi, rispondendo: «Lo so bene, certo, e anche lo scomparso. E' che lo fece per sé stesso. Custurio conosceva la natura umana: speciosa ed emancipata. Lui non nutriva grandi aspettative sulle persone, come la maggior parte dei benefattori. Forse voleva essere certo che solo i più illibati avessero accesso al suo patrimonio; in ogni caso, se non agli eredi, i soldi sarebbero andati in beneficenza». Poi aggiunse, con luce maligna: «O forse, voleva prendersi gioco degli intrighi negando loro uno dei principali scopi di questi raggiri: il denaro. Noi notai lo sappiamo, spesso i defunti adorano prendersi gioco dei vivi con richieste assurde». «La dice lunga il fatto che solo da morti si riesca a prendersi gioco delle miserie umane» commentò Scelli. «Forse no» disse il notaio con una strana espressione. «E lei dove si trovava al momento del delitto?» interloquì Nike, rimasto stranamente tranquillo. «A casa di Custurio, a ucciderlo come da lui descritto» Questa volta fu Scelli a chiudere gli occhi: «E' il movente» fece, «è sempre il movente che ci manca».
November 09 Una Storia BanaleUna Storia Banale
L’Arch Carloni buttò a terra la valigetta ed andò in bagno. Seduto sulla tazza ebbe la tentazione di continuare a commiserarsi ma l’irritazione aveva ormai preso il sopravvento.”Questo progetto e’il mio”stava in piedi rigido e teso mentre il dott “ma chiamami Oreste!”gli stava sorridendo dondolandosi sulla poltrona di pelle borchiata.”lo so Giorgio,lo so ma il cliente ha chiesto la presentazione a Luini ed io non posso certo contrariarlo!””E’ mio il progetto e non e’la prima volta che qualcuno ne prende il merito !Lei mi aveva garantito che avrei avuto la Mia occasione…” Stava soffocando”senta,se mi fara’questo ennesima cortesia io la ricompenserò!ha la mia parola” L’entrata dell’imperturbabile segretaria era stato un congedo. Merda!ecco cosa pensava delle sue Promesse!Tirò lo sciacquone immaginando il suo capo scomparire nel gorgo di carta igienica . Si grattò le palle. Flaccide come il suo coraggio.”non penserai di andartene?? Sei completamente Rincoglionito?hai 50 anni cosa credi di fare?”vuoi fare la fine di Gigli?”lo parole di sua moglie lo avevano gelato. Povero Marco lo ricordava eccome. Una scatola di cartone con la scritta cialde Lavazza .Tutto quello che era rimasto di trent’anni di lavoro. Era finita nel ripostiglio del custode . “tornerò a prenderla appena mi sistemo!”quel suo sorriso incerto quasi infantile. Era scivolato sotto il metrò .Già come no. Si aprì una birra e raddrizzò le spalle .Questa volta sarebbe andata diversamente. “complimenti Luini,il cliente e’ molto soddisfatto “.Chiamami Oreste gongolava mentre al fondo della scala Carloni guardava la scena come al rallentatore . “Oh Giorgio venga venga mi stavo congratulando con il suo collega!lo sa ho anche una sorpresa per Lei!Anche mentre precipitava nel vuoto continuava ad avere quell’idiota sorriso stampato sulla faccia. Solo allora lo sguardo gli cadde sui fogli strappati al suo ex capo“Si raccomanda un avanzamento ed una gratifica per il collega Giorgio Carloni ,uomo di grande valore e notevole modestia.”Si era esaurita ,mi dispiace. Così lanciò in aria il tutto e scivolò via. anche lui come Gigli. dai quì la tua adesione :) :) :)
e se non sei "amico di blog"
ma vuoi votare devi dire quì il titolo del racconto
e la frase "è il mio preferito"
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